Europa e Stati Uniti ai ferri corti

HONG KONG Con l’agricoltura che, oltre a dividere, irrita i due principali partner Usa e Ue, i negoziati della Wto scelgono un nuovo fronte – il cosiddetto “pacchetto sviluppo” – per tentare di raggiungere quell’intesa, ancorché minima, necessaria affinché il vertice di Honk Kong non fallisca come due anni fa a Cancun, o nel 1999 a Seattle. E sul tavolo vengono messe una serie di proposte che vanno dalle misure per il cotone (con l’eliminazione da parte dei Paesi ricchi dei sussidi interni e delle tariffe all’import) alla formalizzazione dell’accordo sui farmaci salvavita, dall’assistenza tecnica ai Paesi in via di sviluppo all’abbattimento differenziato delle tariffe sui prodotti industriali, fino all’estensione alle economie forti della regola «tutto tranne le armi», già adottata dall’Europa, e che prevede l’apertura totale degli scambi con i 50 Paesi più poveri del mondo.

 

Manifestazioni nelle strade e contestazioni in sala, si è aperta con l’ormai consueta liturgia la sesta conferenza ministeriale della Wto, che si tiene da ieri fino al 18 ad Hong Kong. Cielo grigio, polizia in assetto antisommossa, cordoli e posti di blocco dappertutto attorno al centro congressi non hanno fermato infatti le migliaia di manifestanti (20.000 secondo gli organizzatori, 3.000 secondo le autorità locali), che hanno anche tentato un’azione diversiva con un tuffo nelle acque della baia per distrarre gli agenti e forzare il blocco: respinti con gas urticanti, sono stati fermati a circa mezzo chilometro dalla sede dei negoziati.

 

Più facile la contestazione in sala, dove sono stati alzati striscioni e cartelli e urlati slogan come «state dalla parte dei popoli, fermate questi negoziati iniqui», che hanno non poco irritato il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, Pascal Lamy. «Questa è un’organizzazione democratica, dove tutti possono parlare e tutti possono decidere», ha detto, aggiungendo: «Certo, se non fosse un’organizzazione democratica, sarebbe più facile raggiungere un accordo».

 

Accordo che al momento resta lontano. Anche se, secondo la delegazione italiana, «il negoziato è cominciato con la marcia giusta, la Ue ha acquistato un peso nuovo nelle trattative grazie alla proposta seria e fondata in materia di agricoltura e, soprattutto, riuscendo ad imporre il focus sul pacchetto sviluppo». «E se passa il pacchetto sviluppo, si sblocca il negoziato», ha detto il ministro delegato al Commercio estero, Adolfo Urso, dichiarandosi «ottimista». In proposito, ha aggiunto, «il Giappone ha già dato la propria disponibilità, ed ora ci aspettiamo altrettanto dagli Stati Uniti, ma anche dai maggiori dei Paesi del G20, come India e Brasile».

 

L’Europa, però, chiede a Washington anche passi avanti sul dossier agricolo, ricordando di aver già dato molto e invocando una sorta di parallelismo nell’eliminazione delle misure che distorcono gli scambi (tariffe, sussidi alla produzione, sussidi all’export, ecc.). Un parallelismo di cui gli Stati Uniti non vedono necessità, sostenendo di aver presentato la proposta più ambiziosa in materia, con tagli delle tariffe maggiori di quelli avanzati da Ue o G20 e la totale eliminazione dei sussidi all’export entro il 2010.

 

Un gioco di nervi che ha fatto sbottare lo stesso commissario al Commercio, Peter Mandelson, che, a chi gli parlava dell’«ossessione europea» per gli aiuti alimentari, ha replicato ricordando che già un anno fa gli Stati Uniti si sono impegnati per riformarli. Ed ha aggiunto: «Trovo scioccante che le Nazioni Unite facciano pubblicità sul Financial Times al programma Food Aids degli Stati Uniti, che distorce il mercato. Siamo tutti a favore degli aiuti di emergenza, ma non se si tratta di un programma fatto per sostenere gli agricoltori americani».

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