Sicurezza “a strati” per difendersi dal terrorismo

A sei anni dall’11 settembre, gli Stati Uniti continuano a imporre l’agenda mondiale in tema di sicurezza. Spesso, soprattutto in Europa, le novità provenienti da oltreoceano non vengono colte in tutta la loro portata. Per accorciare, almeno sul piano della conoscenza reciproca, le distanze fra le due sponde dell’Atlantico, il Cisco (Council of intermodal shipping consultants) ha invitato a Genova due funzionari delle dogane statunitensi (Cbp) per spiegare agli operatori italiani della logistica i protocolli di security del Ctpat (Customs-trade partnership against terrorism). La nutrita adesione al seminario e la partecipazione con cui è stato seguito hanno dimostrato quanto ce ne fosse bisogno. Tuttavia, non sono mancate alcune assenze importanti, in particolare da parte di soggetti istituzionali, come dogane e autorità portuali, che pure si trovano quotidianamente a affrontare questo tipo di problemi. La prima giornata è stata aperta dal presidente del Cisco, Enrico Scerni, ed è stata condotta da Jaime Ramsay del Cbp. Ramsay ha introdotto il tema spiegando come il ruolo delle dogane statunitensi, prima concentrato soprattutto in azioni antinarcotici, sia oggi quello di impedire l’accesso di armi e terroristi attraverso le frontiere, facilitando per contro il flusso delle spedizioni legali. Ha poi mostrato come le diverse iniziative a favore della sicurezza, dalla Csi alla Secure freight initiative al 24 hours rule, facciano parte di un’unica strategia “a strati” del governo americano, a cui è legato anche il Ctpat. Il Ctpat è un accordo su base volontaria fra le dogane e chiunque voglia far entrare merci negli Stati Uniti. Di fatto, a chi vi aderisce dimostrando contemporaneamente di rispettare gli standard di sicurezza proposti, concede di continuare a sottostare alle procedure che vigevano prima dell’11 settembre, invece di essere sottoposto ai più rigidi controlli introdotti con l’avvio della guerra al terrorismo. I benefici che si ottengono sono progressivi, a seconda che si venga classificati “tier” 1, 2 o 3, con una quantità sempre minore di procedure da svolgere da parte di chi partecipa all’importazione delle merci. L’effetto che si vuol creare è di responsabilizzare i singoli operatori nello stabilire da soli il livello di sicurezza della loro attività e di autocertificarlo, salvo poi essere sottoposti a verifiche periodiche sul rispetto di quanto dichiarato. Finora le adesioni sono 7.452, delle quali la metà costituita da importatori. Autorità portuali e terminalisti, invece, sono solo 47, ossia meno dell’1%. Ma c’è anche la possibilità di essere estromessi dalla lista, se non si rispettano gli impegni presi. Le verifiche hanno portato alla sospensione di 81 adesioni e alla cancellazione di altre 48. Incidenti riguardanti la sicurezza hanno portato alla sospensione di 165 accordi e alla rimozione di 65. Il Ctpat è stato rafforzato nell’ottobre del 2006, con l’introduzione del Safe Port Act. La seconda parte del seminario genovese è stata condotta da Christine Azzolini, collega di Ramsay. Azzolini ha mostrato i progressi compiuti dal Ctpat dalla sua entrata in vigore a oggi, con la crescita delle certificazioni e degli specialisti che compiono le verifiche e la possibilità di una maggiore articolazione nell’aderire all’accordo. Colpisce in questa presentazione il fatto che su cinque uffici del Ctpat, ben quattro siano stati aperti sull’East Coast (New York, Newark, Washington e Miami) e solo uno sulla West Coast (Los Angeles). Per avere una presentazione sintetica, ma completa, del Ctpat e delle sue procedure, può essere utile leggere gli interventi di Ramsay e Azzolini, che sono scaricabili ciccando qui sotto:

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